Troppo spesso ormai chi lavora in ambito culturale dimentica un dettaglio fondamentale: qualunque sia il suo ruolo, la sua provenienza, la sua missione, dovrebbe pensare che lavora a servizio di qualcuno, lavora a beneficio di un'esperienza culturale che 1, 100 o 1.000 persone hanno diritto a vivere nel migliore dei modi, anche se si trattasse di un servizio gratuito.
L'idea di servizio, in certi ambiti, in realtà non ci appartiene: ne sono l'esempio palese certe aziende dei trasporti che quando i loro mezzi sono in ritardo, piuttosto che scusarsi per i disagi, cercano ogni escamotage per risparmiare sui rimborsi o addirittura sul semplice buono-pasto che scatta superato un certo numero di ore di ritardo.
Nei lavori della cultura, però, l'assenza di spirito di servizio al partecipante, che sia una mostra, un concerto, o anche solo l'acquisto di un libro, in certi casi è davvero lampante.
Una mia amica ad esempio è stata protagonista di un episodio per me pazzesco: biglietti omaggio per una famosa mostra in corso a Milano, nonostante questo ore di fila; bambini curiosi di vedere i quadri di un famoso pittore, ore di fila; gruppetto partito appositamente da Biella per dedicare una domenica alla cultura, ore di fila; programmi saltati, per colpa di queste ore di fila, impossibilità di accedere, per ore di fila... E potrei continuare.
Cosa ha fatto, secondo voi, la gloriosa istituzione? Ha rigirato l'omaggio su un'altra data? Ha offerto un intrattenimento adatto ai bambini per non farli stancare? Si è scusata? No!
La gloriosa istituzione si è lasciata rappresentare dalla guardia giurata in turno che ha approfittato della divisa indossata per trattare male e deridere pubblicamente i bambini che avevano osato chiedere quanto ancora sarebbe durata la fila! Per fortuna non c'è neanche bisogno di dire con chi hanno immediatamente solidarizzato gli altri presenti in fila, in particolar modo gli stranieri...
E' un episodio terribile, che racchiude tutto quello che non dovrebbe trovarsi nelle attività di un ente culturale: ha la maleducazione, la tracotanza, la mancanza di rispetto; ha l'assenza di riguardo verso bambini, adulti, italiani, stranieri. Ha una visione miope del pubblico come cliente al quale chiedere fino all'ultimo centesimo e non offrire altro che emozioni standardizzate. Ha l'incapacità di reinventarsi un problema (lunghe file all'accesso) trasformandolo in opportunità (area giochi? servizi didattici? servizi di ristoro? biblioteca temporanea?), ma soprattutto ha la vanesia e la superbia di chi vuole vedere solo i titoli sui giornali inneggiare alle lunghe code di attesa, come se l'emozione che ti da la partecipazione ad un'attività culturale si potesse misurare nei metri della fila alla porta o nella noiosità dei tempi di attesa.
Ci sono soggetti, enti, gruppi, che si specchiano nelle facce dei loro interlocutori, interpretandone bisogni e istanze, anticipandone i desideri, ricevendo la loro attenzione in cambio della quale regalano loro il proprio riguardo.
Altri soggetti, invece, sono appena stupidamente capaci di specchiarsi solo in sè stessi.
Benvenuti!
13/104 è il numero magico, e ora? E ora è tutto da scoprire, sicuramente il meglio arriva da adesso in poi... Buona lettura!
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giovedì 29 novembre 2012
lunedì 29 ottobre 2012
Miss Italia
Ieri ho partecipato al concorso per Miss Italia, e ci tengo a precisare che, pur essendo la più anziana, non ero la più brutta!
Ovviamente non era un concorso di bellezza, ma ci siamo andati vicino.
Un'associazione bandiva una selezione per figure professionali simili alla mia, cercavano esperti di comunicazione in beni culturali, promotori, organizzatori eventi, responsabili di attività didattiche, curatori e altro simile (l'altro simile potete aggiungerlo voi: qualunque figura in ambito culturale vi venga in mente ma non sapreste definire con meno di dodici parole va bene).
Con un'amica decidiamo di andare a vedere di che si tratta e partecipiamo entrambe alla selezione.
Inizialmente più che una selezione sembrava una corsa ad ostacoli: non potevi essere ammesso alla selezione se non eri presente all'evento del giorno prima (e poi stai giornate intere a sbattere la testa su come garantirti una sala piena ai convegni: basta legare la conferenza ad un concorso di lavoro e si fiondano in mille!); non potevi partecipare se non lasciavi il curriculum corredato di lettera motivazionale, nel senso che la lettera era obbligatoria (e la mia era di una comicità sopra le righe che confido nel senso dell'umorismo di chi la leggerà); si poteva inoltre portare un portfolio non meglio specificato. Anzi, così poco specificato, che gli si attribuivano, in valutazione, fino a 50 punti su 100, ma si poteva anche non portare. Da ultimo, 70 punti su 100 erano attribuiti in base all'esperienza, ma si cercavano persone alle prime armi...
Più confuse che persuase, la mia amica e io, dopo un paio d'ore per realizzare i nostri portfolio (il suo è bellissimo, il mio rimette in discussione le più basilari regole della grafica) ci lanciamo nell'avventura.
Primo giorno, convegno con interventi sul tema della promozione e management culturale: argomenti triti e ritriti, ma tutto sommato sempre interessante.
Secondo giorno, la fatidica selezione. Siamo tanti, tantissimi. Una massa inattesa per gli organizzatori che, invece di dividerci in gruppi per colloqui brevi ma sensati, invece di rimandarci ad un colloquio dopo la scrematura dei curriculum, invece di fare notte pur di ascoltarci tutti, con un guizzo di genio, un lampo da strateghi cosa decidono? Di farci presentare dicendo nome, cognome, età e ruolo per cui ci si candida, insomma, la presentazione delle miss ad inizio manifestazione!
Uno alla volta sfiliamo verso il microfono, avviando la processione con tutti i cliché del caso: i più furbetti preso in mano il microfono non lo mollano più e raccontano di tutto: studi, esperienze, formazione, capacità, raccontando di lavori così belli e invidiati che tutti ci siamo domandati "e allora che ci fai qua?"; le più carine si presentano con sguardo languido e rivolgendosi solo agli uomini della commissione valutatrice, i timidi balbettano, gli artistoidi parlano in maniera difficile, i pratici e i disillusi come me e la mia amica dicono esattamente solo quello che viene richiesto e tornano al posto.
Ora io non lo so se in quei 72 secondi sono riuscita a catturare l'attenzione, a rendermi interessante agli occhi della commissione, però... Non lo dico per giustificarmi, ma se mi avessero avvertito per tempo, da brava miss avrei detto che sono per la pace nel mondo e avrei sicuramente attirato consensi!
Ovviamente non era un concorso di bellezza, ma ci siamo andati vicino.
Un'associazione bandiva una selezione per figure professionali simili alla mia, cercavano esperti di comunicazione in beni culturali, promotori, organizzatori eventi, responsabili di attività didattiche, curatori e altro simile (l'altro simile potete aggiungerlo voi: qualunque figura in ambito culturale vi venga in mente ma non sapreste definire con meno di dodici parole va bene).
Con un'amica decidiamo di andare a vedere di che si tratta e partecipiamo entrambe alla selezione.
Inizialmente più che una selezione sembrava una corsa ad ostacoli: non potevi essere ammesso alla selezione se non eri presente all'evento del giorno prima (e poi stai giornate intere a sbattere la testa su come garantirti una sala piena ai convegni: basta legare la conferenza ad un concorso di lavoro e si fiondano in mille!); non potevi partecipare se non lasciavi il curriculum corredato di lettera motivazionale, nel senso che la lettera era obbligatoria (e la mia era di una comicità sopra le righe che confido nel senso dell'umorismo di chi la leggerà); si poteva inoltre portare un portfolio non meglio specificato. Anzi, così poco specificato, che gli si attribuivano, in valutazione, fino a 50 punti su 100, ma si poteva anche non portare. Da ultimo, 70 punti su 100 erano attribuiti in base all'esperienza, ma si cercavano persone alle prime armi...
Più confuse che persuase, la mia amica e io, dopo un paio d'ore per realizzare i nostri portfolio (il suo è bellissimo, il mio rimette in discussione le più basilari regole della grafica) ci lanciamo nell'avventura.
Primo giorno, convegno con interventi sul tema della promozione e management culturale: argomenti triti e ritriti, ma tutto sommato sempre interessante.
Secondo giorno, la fatidica selezione. Siamo tanti, tantissimi. Una massa inattesa per gli organizzatori che, invece di dividerci in gruppi per colloqui brevi ma sensati, invece di rimandarci ad un colloquio dopo la scrematura dei curriculum, invece di fare notte pur di ascoltarci tutti, con un guizzo di genio, un lampo da strateghi cosa decidono? Di farci presentare dicendo nome, cognome, età e ruolo per cui ci si candida, insomma, la presentazione delle miss ad inizio manifestazione!
Uno alla volta sfiliamo verso il microfono, avviando la processione con tutti i cliché del caso: i più furbetti preso in mano il microfono non lo mollano più e raccontano di tutto: studi, esperienze, formazione, capacità, raccontando di lavori così belli e invidiati che tutti ci siamo domandati "e allora che ci fai qua?"; le più carine si presentano con sguardo languido e rivolgendosi solo agli uomini della commissione valutatrice, i timidi balbettano, gli artistoidi parlano in maniera difficile, i pratici e i disillusi come me e la mia amica dicono esattamente solo quello che viene richiesto e tornano al posto.
Ora io non lo so se in quei 72 secondi sono riuscita a catturare l'attenzione, a rendermi interessante agli occhi della commissione, però... Non lo dico per giustificarmi, ma se mi avessero avvertito per tempo, da brava miss avrei detto che sono per la pace nel mondo e avrei sicuramente attirato consensi!
venerdì 15 giugno 2012
Startappano!
Secondo me sono le conseguenze della primavera, che porta e fa nascere novità.
In Sicilia si tratta soprattutto di nuova e inarrivabile fioritura, ho visto bouganville che voi umani (anche perchè in Sicilia associare la parola "nuovo" a qualcosa di diverso dalla normale evoluzione della natura, soprattutto in certi ambienti, è purtroppo sempre così difficile)...
In Islanda porta nuove leggi, più eque e realmente democratiche, in Lombardia la primavera porta start-up d'impresa, o meglio, porta soggetti che si occupano di avvio di nuove idee imprenditoriali. Davvero, ovunque ti giri è un continuo fiorire di eventi, incontri, seminari, siti web dedicati alle start-up di imprese: ci pensa la regione, ci pensano le province, ci pensano i giovani alternativi, ci pensa l'assessore "figo", ci pensano i vecchi politici che hanno bisogno di rifarsi l'immagine in vista delle elezioni. Ci pensano architetti, designer, figli di imprenditori, nipoti di imprenditori, padri di imprenditori... Ci pensano Erasmus, Comenius e Leonardus!
Hanno il sito web uno più bello dell'altro, hanno l'evento immancabile, hanno la postazione alternativa, hanno il MAC, soprattutto hanno il MAC!
Oggi a Milano se non startappi non sei nessuno!
Sembra un mondo bello, interessante... A me piace il clima che si respira, di dinamismo nonostante la crisi, di nuova generazione in movimento, tanto che oggi andrò ad uno di questi eventi a cercare di capire in prima persona cosa si fa quando ci si incontra per start-up (sicuramente più produttivo, ma anche meno rilassante che incontrarsi per una birra)... Certo poi mi chiedo se alla fine, dopo tanto incontrarsi, parlare, scambiarsi, startappano davvero! E se startappano, quanto resistono sul mercato? Quanto crescono, quanto espatriano?
Ma soprattutto mi chiedo: visto che tutti questi eventi di solito si fanno all'ora dell'aperitivo, va bene che startappano, ma almeno poi stappano!?
Vi aggiornerò al mio ritorno...
In Sicilia si tratta soprattutto di nuova e inarrivabile fioritura, ho visto bouganville che voi umani (anche perchè in Sicilia associare la parola "nuovo" a qualcosa di diverso dalla normale evoluzione della natura, soprattutto in certi ambienti, è purtroppo sempre così difficile)...
In Islanda porta nuove leggi, più eque e realmente democratiche, in Lombardia la primavera porta start-up d'impresa, o meglio, porta soggetti che si occupano di avvio di nuove idee imprenditoriali. Davvero, ovunque ti giri è un continuo fiorire di eventi, incontri, seminari, siti web dedicati alle start-up di imprese: ci pensa la regione, ci pensano le province, ci pensano i giovani alternativi, ci pensa l'assessore "figo", ci pensano i vecchi politici che hanno bisogno di rifarsi l'immagine in vista delle elezioni. Ci pensano architetti, designer, figli di imprenditori, nipoti di imprenditori, padri di imprenditori... Ci pensano Erasmus, Comenius e Leonardus!
Hanno il sito web uno più bello dell'altro, hanno l'evento immancabile, hanno la postazione alternativa, hanno il MAC, soprattutto hanno il MAC!
Oggi a Milano se non startappi non sei nessuno!
Sembra un mondo bello, interessante... A me piace il clima che si respira, di dinamismo nonostante la crisi, di nuova generazione in movimento, tanto che oggi andrò ad uno di questi eventi a cercare di capire in prima persona cosa si fa quando ci si incontra per start-up (sicuramente più produttivo, ma anche meno rilassante che incontrarsi per una birra)... Certo poi mi chiedo se alla fine, dopo tanto incontrarsi, parlare, scambiarsi, startappano davvero! E se startappano, quanto resistono sul mercato? Quanto crescono, quanto espatriano?
Ma soprattutto mi chiedo: visto che tutti questi eventi di solito si fanno all'ora dell'aperitivo, va bene che startappano, ma almeno poi stappano!?
Vi aggiornerò al mio ritorno...
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sabato 26 maggio 2012
La cultura della luna
Qualche giorno fa ho partecipato ad una riunione all'università, nel dipartimento in cui ho studiato per la laurea e il dottorato. Un legame affettivo fortissimo mi lega alla professoressa e ai colleghi del gruppo di ricerca, tanto che ancora adesso sento di farne parte e continuo a collaborare, per quanto possibile nella distanza fra Milano e Messina, alle loro attività, sulle quali mi aggiornano e coinvolgono costantemente, consapevoli di un senso di appartenenza che il loro stesso atteggiamento aiuta ad alimentare.
Ero a Messina per altre questioni di lavoro e sono passata per partecipare alla consueta riunione del mercoledì e ho trovato, come sempre, un gruppo di persone che parlano e dibattono di Cultura; della Cultura vera, quella senza doppi fini, quella che ogni tanto dimentica le necessarie implicazioni economiche e si libera in approfondimenti pieni di contenuti e di domande, quella che vive della curiosità e del dubbio, senza mai divenire però il vuoto di certe speculazioni fine a sè stesse, distaccate dalla realtà, mere teorie senza risvolti pratici.
Le obiezioni contro gli accademici sono mille, e già aspetto i commenti arrivare uno ad uno a dire che si tratta di persone che guadagnano troppo e lavorano poco, che si occupano di cose inutili, che questi soldi potrebbero essere usati meglio... Obiezioni legittime, ma - permettetemi - superficiali.
Ascoltavo i miei colleghi parlare e confrontarsi su argomenti apparentemente obsoleti e mi sono sentita orgogliosa di essere, e soprattutto di essere stata, una di loro, di quelle persone che mentre la crisi affligge tutti, i teatri chiudono, le sale cinematografiche spariscono, le librerie si trasformano in negozi di abbigliamento per bambini viziati e già nel giro dei consumi inutili, continuano a credere nella Cultura, continuano a tenerla come ragione di vita, di crescita, di libertà.
Una situazione come quella riunione, piena di entusiasmo e consapevolezza, credo sia qualcosa che ha a che vedere con la storiella della luna e del dito, perchè magari a studiare i classici non si impara ad andare sulla luna, ma si trasmette ad ogni uomo l'importanza di inseguire il desiderio di andarci, perchè nessun sogno è mai abbastanza folle da non essere creduto.
Ero a Messina per altre questioni di lavoro e sono passata per partecipare alla consueta riunione del mercoledì e ho trovato, come sempre, un gruppo di persone che parlano e dibattono di Cultura; della Cultura vera, quella senza doppi fini, quella che ogni tanto dimentica le necessarie implicazioni economiche e si libera in approfondimenti pieni di contenuti e di domande, quella che vive della curiosità e del dubbio, senza mai divenire però il vuoto di certe speculazioni fine a sè stesse, distaccate dalla realtà, mere teorie senza risvolti pratici.
Le obiezioni contro gli accademici sono mille, e già aspetto i commenti arrivare uno ad uno a dire che si tratta di persone che guadagnano troppo e lavorano poco, che si occupano di cose inutili, che questi soldi potrebbero essere usati meglio... Obiezioni legittime, ma - permettetemi - superficiali.
Ascoltavo i miei colleghi parlare e confrontarsi su argomenti apparentemente obsoleti e mi sono sentita orgogliosa di essere, e soprattutto di essere stata, una di loro, di quelle persone che mentre la crisi affligge tutti, i teatri chiudono, le sale cinematografiche spariscono, le librerie si trasformano in negozi di abbigliamento per bambini viziati e già nel giro dei consumi inutili, continuano a credere nella Cultura, continuano a tenerla come ragione di vita, di crescita, di libertà.
Una situazione come quella riunione, piena di entusiasmo e consapevolezza, credo sia qualcosa che ha a che vedere con la storiella della luna e del dito, perchè magari a studiare i classici non si impara ad andare sulla luna, ma si trasmette ad ogni uomo l'importanza di inseguire il desiderio di andarci, perchè nessun sogno è mai abbastanza folle da non essere creduto.
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lunedì 19 settembre 2011
Legittima difesa, oggi.
Mille volte al giorno tanti di noi, io credo, si sono trovati a svolgere mansioni e incarichi non previsti nel proprio contratto di lavoro: se questo accade sporadicamente o, in ogni caso, viene accettato dal lavoratore con piacere vuol dire che ci si trova in un contesto lavorativo favorevole, in cui la dinamica dare/avere è equilibrata e funziona; se accade spesso potrebbe chiamarsi truffa, anche detta fregatura; se accade quotidianamente, allora sei uno stagista.
Fra le mansioni non previste dal contratto, c'è un'attività che tutti, prima o poi nel corso della carriera (più prima che poi, ndr.), ci troviamo a dover affrontare: difendere il proprio lavoro.
Tutti prima o poi, ma soprattutto durante e costantemente, ci imbattiamo in detrattori di ogni tipo: colleghi invidiosi e dispettosi, referenti dispotici che preferiscono altri, colleghe inspiegabilmente isteriche o, peggio paranoiche, che ti vedrebbero come possibile rivale anche se si chiamassero Hillary e stessero correndo per la Casa Bianca mentre tu sicuramente non ti chiami Barack...
Si tratta di episodi così comuni e in certi casi tanto ridicoli da lasciarmi, oggi, indifferente.
Perchè il vero problema, oggi, è quando si deve difendere strenuamente il proprio lavoro da chi in realtà dovrebbe quanto meno tutelarlo, se non proprio garantirlo, come se fossimo l'ultimo baluardo di umanità prima dell'invasione barbarica.
Penso a tutti quei precari della scuola che hanno passato l'ennesimo agosto appeso ad un filo di speranza che si fa ogni anno sempre più sottile, penso a quegli operai licenziati senza giusta causa, anzi, senza causa e basta. Penso soprattutto, oggi, a quegli uomini e quelle donne che da mesi occupano il teatro Valle di Roma (http://www.teatrovalleoccupato.it/) per difenderlo dalla chiusura.
Con questa protesta attori e attrici, macchinisti, truccatori, prestigiatori, parrucchiere, costumiste, scenografi e tanti tanti altri difendono davanti allo Stato, presunto garante di lavoro e primo promotore di cultura, il loro diritto di fare lavoro facendo cultura e, perchè no?, spettacolo.
Uomini e donne sconosciuti, in un'altra città, con un'altra storia difendono, oggi, il loro lavoro e ricordano a ciascuno di noi che abbiamo il diritto di difendere il nostro.
La loro battaglia, quindi, oggi vale doppio, vale il diritto di ciascun piccolo precario e di una intera generazione troppo lasciata a sè stessa: quando il teatro sarà al sicuro, la vittoria sarà rifioritura contemporaneamente di un piccolo orto e di una grande... Valle!
P.S. Il teatro Valle, per inciso, in questi giorni non è occupato, è solo magnificamente vivo.
Fra le mansioni non previste dal contratto, c'è un'attività che tutti, prima o poi nel corso della carriera (più prima che poi, ndr.), ci troviamo a dover affrontare: difendere il proprio lavoro.
Tutti prima o poi, ma soprattutto durante e costantemente, ci imbattiamo in detrattori di ogni tipo: colleghi invidiosi e dispettosi, referenti dispotici che preferiscono altri, colleghe inspiegabilmente isteriche o, peggio paranoiche, che ti vedrebbero come possibile rivale anche se si chiamassero Hillary e stessero correndo per la Casa Bianca mentre tu sicuramente non ti chiami Barack...
Si tratta di episodi così comuni e in certi casi tanto ridicoli da lasciarmi, oggi, indifferente.
Perchè il vero problema, oggi, è quando si deve difendere strenuamente il proprio lavoro da chi in realtà dovrebbe quanto meno tutelarlo, se non proprio garantirlo, come se fossimo l'ultimo baluardo di umanità prima dell'invasione barbarica.
Penso a tutti quei precari della scuola che hanno passato l'ennesimo agosto appeso ad un filo di speranza che si fa ogni anno sempre più sottile, penso a quegli operai licenziati senza giusta causa, anzi, senza causa e basta. Penso soprattutto, oggi, a quegli uomini e quelle donne che da mesi occupano il teatro Valle di Roma (http://www.teatrovalleoccupato.it/) per difenderlo dalla chiusura.
Con questa protesta attori e attrici, macchinisti, truccatori, prestigiatori, parrucchiere, costumiste, scenografi e tanti tanti altri difendono davanti allo Stato, presunto garante di lavoro e primo promotore di cultura, il loro diritto di fare lavoro facendo cultura e, perchè no?, spettacolo.
Uomini e donne sconosciuti, in un'altra città, con un'altra storia difendono, oggi, il loro lavoro e ricordano a ciascuno di noi che abbiamo il diritto di difendere il nostro.
La loro battaglia, quindi, oggi vale doppio, vale il diritto di ciascun piccolo precario e di una intera generazione troppo lasciata a sè stessa: quando il teatro sarà al sicuro, la vittoria sarà rifioritura contemporaneamente di un piccolo orto e di una grande... Valle!
P.S. Il teatro Valle, per inciso, in questi giorni non è occupato, è solo magnificamente vivo.
giovedì 8 settembre 2011
Change di sedia
Riunione con persone mai incontrate prima, si deve organizzare una giornata di dibattito su più tematiche. So che lavorerò sulla tematica cultura con altri, ma non so chi, dei tanti che ho intorno.
Ad un certo punto mi accorgo che la ragazza di fronte a me cerca di attirare la mia attenzione, vuol dirmi qualcosa, ma sono troppo... - cecata, mi verrebbe da dire, e cecata dico - da leggere il labiale. Avrà pensato "questa dorme", si alza, mi viene incontro e mi dice, con un sorriso bellissimo: "sei seduta vicino al mio collega di tematica, facciamo un change di sedia, chè devo parlare con lui?".
Se prima non la vedevo, ora non la capisco. "Cosa dobbiamo fare!?", chiedo con naso arricciato, occhi strizzati e mano con movimento ad uncino alla Totò. "Un change di sedia!", pollice e indice nel segno dello scambio la aiutano ad esprimersi, o meglio, aiutano me a capire. "Ah, va bene", mi alzo e mi sposto.
Mentre giro intorno al tavolo grande, lungo e serissimo penso che quello è il mio primo change-di-sedia di tutta una vita. Come tutti, ho fatto cambi di posto innumerevoli volte, ma un change-di-sedia no, mai.
Un change di sedia.
Ma dico, stiamo scherzando!? Ma che bisogno c'è!?
E va bene "network" al posto di "rete", perchè fa più professionale, "management" al posto di "gestione" perchè fa più impegnato, "coffee break" al posto di "merenda" perchè fa meno scolastico (anche se "merenda" evoca il mondo fantastico delle scuole elementari), ma "change-di-sedia" perchè? Perchè questa inutile forzatura e violenza alla nostra lingua bellissima?
Già gli inglesi lamentano che noi italiani usiamo troppe parole, espressioni troppo ricche ed articolate, sinonimi e locuzioni di esempio, se sapessero che ci mettiamo pure ad importare senza freni le loro parole anche quando non necessarie...! Va bene l'evoluzione idiomatica, va bene che se non conosci l'inglese sei tagliato fuori dalle comunicazioni globali, ma con questi eccessi a sproposito rischiamo solo di macchiare di inchiostro da Union Jack la lingua più poetica al mondo!
Che poi questa in realtà è solo la conseguenza di un certo modo di pensare: in certi ambienti sono convinti, ma convinti proprio, che calare qualche parola inglese all'interno di un discorso qualsiasi basti per dare di sè un'immagine professionale o a rendere più interessante il discorso serio...
Il settore della cultura, in Italia, è pieno di project, brainstorming, fundraiser, planning, see-you, strategy... Che se vera cultura fosse, con un piccolo sforzo saprebbero trovare le corrispondenti parole in italiano corretto!
Mea culpa (latino - inglese: 1-0!): ogni tanto un colpo di management scappa anche a me, e in quei momenti non mi sento nè più interessante nè più professionale, semplicemente più... ridicola!
Ad un certo punto mi accorgo che la ragazza di fronte a me cerca di attirare la mia attenzione, vuol dirmi qualcosa, ma sono troppo... - cecata, mi verrebbe da dire, e cecata dico - da leggere il labiale. Avrà pensato "questa dorme", si alza, mi viene incontro e mi dice, con un sorriso bellissimo: "sei seduta vicino al mio collega di tematica, facciamo un change di sedia, chè devo parlare con lui?".
Se prima non la vedevo, ora non la capisco. "Cosa dobbiamo fare!?", chiedo con naso arricciato, occhi strizzati e mano con movimento ad uncino alla Totò. "Un change di sedia!", pollice e indice nel segno dello scambio la aiutano ad esprimersi, o meglio, aiutano me a capire. "Ah, va bene", mi alzo e mi sposto.
Mentre giro intorno al tavolo grande, lungo e serissimo penso che quello è il mio primo change-di-sedia di tutta una vita. Come tutti, ho fatto cambi di posto innumerevoli volte, ma un change-di-sedia no, mai.
Un change di sedia.
Ma dico, stiamo scherzando!? Ma che bisogno c'è!?
E va bene "network" al posto di "rete", perchè fa più professionale, "management" al posto di "gestione" perchè fa più impegnato, "coffee break" al posto di "merenda" perchè fa meno scolastico (anche se "merenda" evoca il mondo fantastico delle scuole elementari), ma "change-di-sedia" perchè? Perchè questa inutile forzatura e violenza alla nostra lingua bellissima?
Già gli inglesi lamentano che noi italiani usiamo troppe parole, espressioni troppo ricche ed articolate, sinonimi e locuzioni di esempio, se sapessero che ci mettiamo pure ad importare senza freni le loro parole anche quando non necessarie...! Va bene l'evoluzione idiomatica, va bene che se non conosci l'inglese sei tagliato fuori dalle comunicazioni globali, ma con questi eccessi a sproposito rischiamo solo di macchiare di inchiostro da Union Jack la lingua più poetica al mondo!
Che poi questa in realtà è solo la conseguenza di un certo modo di pensare: in certi ambienti sono convinti, ma convinti proprio, che calare qualche parola inglese all'interno di un discorso qualsiasi basti per dare di sè un'immagine professionale o a rendere più interessante il discorso serio...
Il settore della cultura, in Italia, è pieno di project, brainstorming, fundraiser, planning, see-you, strategy... Che se vera cultura fosse, con un piccolo sforzo saprebbero trovare le corrispondenti parole in italiano corretto!
Mea culpa (latino - inglese: 1-0!): ogni tanto un colpo di management scappa anche a me, e in quei momenti non mi sento nè più interessante nè più professionale, semplicemente più... ridicola!
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giovedì 16 giugno 2011
Quasi un circo
La sveglia, caffè, macchina, altre macchine in coda, confusione, rotonde con mille uscite non segnalate, ritardo su ritardo, due uomini in strada che si prendono a calci e pugni per una richiesta di informazioni, la fiera, un'afa impropria.
Cultura nei capannoni, cultura comunque ben fatta, partecipazione.
Sorprese, amici vecchi di cinquant'anni, compagne di scuola di una vita fa, coca-cola ghiaccio limone, caffè, caffè, caffè.
Riunione con: Chiusura e incapacità, Prudenza e solarità, Ascolto, Precisione e critica, Pazienza tanta pazienza, Disinvoltura, padronanza, boss.
Macchina, altre macchine in coda, sole forse al tramonto, strada libera, città, sorriso.
Bicicletta, relax, tg.
Piatti, pc, silenzio, stop.
Cultura nei capannoni, cultura comunque ben fatta, partecipazione.
Sorprese, amici vecchi di cinquant'anni, compagne di scuola di una vita fa, coca-cola ghiaccio limone, caffè, caffè, caffè.
Riunione con: Chiusura e incapacità, Prudenza e solarità, Ascolto, Precisione e critica, Pazienza tanta pazienza, Disinvoltura, padronanza, boss.
Macchina, altre macchine in coda, sole forse al tramonto, strada libera, città, sorriso.
Bicicletta, relax, tg.
Piatti, pc, silenzio, stop.
mercoledì 9 marzo 2011
Curriculum n. 13
Rapidissimo il 13! Inviato, apprezzato, contattato in ventiquattr'ore, deve essere proprio piaciuto!
Domani colloquio... Speriamo bene!
Rapidissimo il 13! Ci vuole un attimo a pensare che la progettazione culturale e territoriale è una professione richiesta allora!
Rapidissimo il 13! A gennaio pensavo ci avrebbe messo una vita ad arrivare, e invece è già qua!
Rapidissimo il 13! Nel momento stesso in cui l'ho inviato ha cancellato la possibilità che 12 curriculum sarebbero bastati!
Rapidissimo il 13... Passo e chiudo e vado a magnà!
Domani colloquio... Speriamo bene!
Rapidissimo il 13! Ci vuole un attimo a pensare che la progettazione culturale e territoriale è una professione richiesta allora!
Rapidissimo il 13! A gennaio pensavo ci avrebbe messo una vita ad arrivare, e invece è già qua!
Rapidissimo il 13! Nel momento stesso in cui l'ho inviato ha cancellato la possibilità che 12 curriculum sarebbero bastati!
Rapidissimo il 13... Passo e chiudo e vado a magnà!
martedì 1 febbraio 2011
Curriculum n. 3
Oggi è partito il curriculum n. 3, indirizzato ad una grossa organizzazione di cooperazione e organizzazione di progetti di volotariato nei Paesi sottosviluppati o in via di sviluppo.
Solitamente queste grosse associazioni che gestiscono progetti in tutto il mondo, sono organizzate, al loro interno, come delle vere e proprie aziende, con dipartimenti operativi, una gerarchia magari democratica ma comunque ben definita, dei dipendenti e dei collaboratori esterni, uno staff, insomma, capace di gestire, far funzionare, e magari ampliare, la complessa macchina che tiene in piedi. Ovviamente in queste grandi strutture un dipartimento fondamentale è quello che si occupa di marketing e fundraising, ovvero recuperare i fondi da investire nei progetti e mantenere a livello economico anche la struttura operativa. I dipartimenti marketing e fundraising spesso organizzano eventi a carattere culturale per la raccolta fondi e per dare visibilità all'organizzazione stessa, per questa ragione ho mandato il cv indirizzandolo a questo specifico dipartimento, ritenendo che con le esperienze pregresse nel settore cultura e nel sociale potrei in qualche modo essere adatta a lavorare in un contesto simile.
I settori principali per i quali sto cercando lavoro sono appunto la cultura e l'ambito sociale, poichè mi interessano non solo come ambiti professionali e molto spesso le associazioni e le imprese culturali lavorano secondo principi organizzativi e modalità simili a quelle della associazioni ed imprese sociali.
L'organizzazione cui ho mandato il cv oggi è sicuramente molto grande ed è quindi normale che abbia una struttura operativa così ben organizzata, ma quello che mi colpisce (positivamente) della realtà milanese e settentrionale in genere è che la maggior parte delle associazioni, soprattutto culturali, anche piccole, sono gestite in maniera efficiente, ben organizzata, fornendo così possibilità di lavoro per i collaboratori (per me lavoro = compenso monetario per le attività svolte!), mentre finora avevo conosciuto per lo più associazioni gestite "alla giornata", che per fundraising intendono la raccolta di pochi spiccioli presso i commercianti della zona, che non partecipano a bandi per progetti e non attuano, purtroppo, una politica gestionale seria.
Se da una parte grande merito va ai tanti volontari che con grandissimo sforzo e impegno (lo so per certo, l'ho fatto anch'io) riescono comunque a mantenere in piedi le rispettive associazioni con piccole attività, dall'altra parte penso al tanto di più che si potrebbe fare, e soprattutto alle opportunità di lavoro che si aprirebbero per molti giovani...
Avete appena letto: Angela's dreaming!
Solitamente queste grosse associazioni che gestiscono progetti in tutto il mondo, sono organizzate, al loro interno, come delle vere e proprie aziende, con dipartimenti operativi, una gerarchia magari democratica ma comunque ben definita, dei dipendenti e dei collaboratori esterni, uno staff, insomma, capace di gestire, far funzionare, e magari ampliare, la complessa macchina che tiene in piedi. Ovviamente in queste grandi strutture un dipartimento fondamentale è quello che si occupa di marketing e fundraising, ovvero recuperare i fondi da investire nei progetti e mantenere a livello economico anche la struttura operativa. I dipartimenti marketing e fundraising spesso organizzano eventi a carattere culturale per la raccolta fondi e per dare visibilità all'organizzazione stessa, per questa ragione ho mandato il cv indirizzandolo a questo specifico dipartimento, ritenendo che con le esperienze pregresse nel settore cultura e nel sociale potrei in qualche modo essere adatta a lavorare in un contesto simile.
I settori principali per i quali sto cercando lavoro sono appunto la cultura e l'ambito sociale, poichè mi interessano non solo come ambiti professionali e molto spesso le associazioni e le imprese culturali lavorano secondo principi organizzativi e modalità simili a quelle della associazioni ed imprese sociali.
L'organizzazione cui ho mandato il cv oggi è sicuramente molto grande ed è quindi normale che abbia una struttura operativa così ben organizzata, ma quello che mi colpisce (positivamente) della realtà milanese e settentrionale in genere è che la maggior parte delle associazioni, soprattutto culturali, anche piccole, sono gestite in maniera efficiente, ben organizzata, fornendo così possibilità di lavoro per i collaboratori (per me lavoro = compenso monetario per le attività svolte!), mentre finora avevo conosciuto per lo più associazioni gestite "alla giornata", che per fundraising intendono la raccolta di pochi spiccioli presso i commercianti della zona, che non partecipano a bandi per progetti e non attuano, purtroppo, una politica gestionale seria.
Se da una parte grande merito va ai tanti volontari che con grandissimo sforzo e impegno (lo so per certo, l'ho fatto anch'io) riescono comunque a mantenere in piedi le rispettive associazioni con piccole attività, dall'altra parte penso al tanto di più che si potrebbe fare, e soprattutto alle opportunità di lavoro che si aprirebbero per molti giovani...
Avete appena letto: Angela's dreaming!
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