Gli farò una statua, lo coprirò di lodi in pubblica piazza, ne citerò il nome ogni tre parole.
Lo proporrò per il nobel, come senatore a vita, presidente onorario di qualcosa di bello. E in tanti mi seguiranno, ne sono sicura, perchè in tanti, senza saperlo, gli vogliono bene, soprattutto donne.
A te, Jack Nilles, va oggi il mio più sentito ringraziamento!
Chi è? Il principale teorico del telelavoro, colui che una quindicina di anni fa ha incominciato ad introdurre negli USA il concetto e le potenzialità del lavoro svolto da una sede diversa da quella aziendale/istituzionale (solitamente casa propria).
Oggi ho lavorato beatamente da casa, e tutto è andato bene fin dall'inizio, visto che mi sono svegliata mezz'ora dopo risparmiandola dalla solita oretta di viaggio... Niente traffico, niente semafori da rincorrere (il siciliano, si sa, quando vede il giallo pronto a diventare rosso si fionda come se si trattasse di un invito a superare l'incrocio), niente autoradio che sulla canzone più bella perde il collegamento perchè sei in galleria o in prossimità di una chiesa che ha sul campanile il ripetitore di Radio Maria. Niente afa insopportabile, niente mail che appena le apri ti chiedono la conferma di lettura per cui tutti sanno che sei arrivato. Niente vicini invadenti, niente pranzo al baretto...
Il lavoro da casa lo fai dalla postazione più comoda, nella stanza più fresca, con la tuta più sformata. Puoi fare una pausa appena ti ricordi che hai la biancheria da stendere, invece di pensarci tutto il giorno dall'ufficio e sperare non si bagnino con la pioggia improvvisa.
Puoi guardare il telegiornale e pensare che era meglio non guardarlo, puoi ascoltare musica e sbirciare qualche video mentre bevi il caffè.
Puoi ridacchiare per stupidaggini di casa ed immergerti nel tuo lessico famigliare. Puoi lavorare ad orari insoliti, infornare la torta e mandare le mail mentre il profumo riempie la stanza.
Puoi fare un tuffo in piscina, tanto ci metti un attimo a tornare davanti al pc!
Secondo me da casa si lavora più tranquilli e leggeri, insomma, si lavora meglio.
E' il controcanto di chi si porta la casa sul posto di lavoro, il tentativo meglio riuscito di lavorare in un ambiente accogliente che aiuti la concentrazione e stimoli l'inventiva.
Oggi ho fatto tanto, questa si chiama una bella giornata lavorativa!
Benvenuti!
13/104 è il numero magico, e ora? E ora è tutto da scoprire, sicuramente il meglio arriva da adesso in poi... Buona lettura!
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mercoledì 4 luglio 2012
venerdì 3 febbraio 2012
E forse ha ragione pure lui
Forse è troppo facile parlare dall'alto di garanzie per pochi, per questo, quindi, forse avrebbe fatto meglio ad usare altre espressioni, però, chissà, forse davvero ha ragione lui.
Andando oltre le parole utilizzate, che non dovevano essere quelle, l'idea di base la condivido da sempre: evitare accuratamente il lavoro che dura una vita per cercare ogni giorno di fare quello che più mi piace!
E così non mi sono iscritta alla scuola di specializzazione per l'insegnamento, pur sapendo che nel giro di poco tempo magari sarei passata di ruolo e avrei avuto accesso al posto fisso. Ho evitato accuratamente di causare traumi a generazioni di alunni incolpevoli e di incatenarmi a vita ad un ruolo che prima o poi (prima, molto prima...) mi avrebbe stancata, annoiata.
Effettivamente sapere oggi che fra trent'anni farò ancora la stessa cosa, un po' mi angoscia.
La pianificazione faticosa, la strada è lunga, ma non è detto che non si trovi un soluzione.
Dicono che il nostro nuovo modello di organizzazione del lavoro è la Danimarca e io ci spero tanto!
I danesi mediamente, nella loro vita professionale, cambiano 7-8 lavori, girano da un'azienda all'altra, da un progetto all'altro sapendo che, investendo su se stessi, il prossimo lavoro è sempre dietro l'angolo.
L'importante è che del modello danese ci arrivi tutto, ma proprio tutto: le possibilità e la vastità di offerte che rendano il precariato attuale una flessibilità interessante, l'assistenza sociale che copre ogni momento della vita e non la latitanza del welfare italiano, la parità di accesso al mondo del lavoro per tutti, l'ottimismo, l'intraprendenza e tanto altro.
Personalmente poi non mi piace avere paura dei cambiamenti, che magari portano con sè l'opportunità che cerchiamo da una vita!
Forza ragazzi, ottimismo! A quanto pare, non c'è del marcio in Danimarca e se portano in Italia il modello danese... A noi ragazze va in ogni caso bene!
Andando oltre le parole utilizzate, che non dovevano essere quelle, l'idea di base la condivido da sempre: evitare accuratamente il lavoro che dura una vita per cercare ogni giorno di fare quello che più mi piace!
E così non mi sono iscritta alla scuola di specializzazione per l'insegnamento, pur sapendo che nel giro di poco tempo magari sarei passata di ruolo e avrei avuto accesso al posto fisso. Ho evitato accuratamente di causare traumi a generazioni di alunni incolpevoli e di incatenarmi a vita ad un ruolo che prima o poi (prima, molto prima...) mi avrebbe stancata, annoiata.
Effettivamente sapere oggi che fra trent'anni farò ancora la stessa cosa, un po' mi angoscia.
Adesso vivo sulle montagne russe, come un po' tutti i precari credo, fra i picchi di entusiasmo e adrenalina degli incarichi nuovi, dei progetti che iniziano, dei lavori che si avviano, e le cadute brusche dei "no" messi in fila come perle, dei ritardi nei pagamenti, dei dubbi del domani.
Certo ci sono estremi di finte collaborazioni che obbligano la partita IVA, di contratti firmati in bianco con clausole ignote e altre terribili pratiche che non possono essere tollerate, ma in qualche modo è chiaro a tutti che il nostro sistema non è più sostenibile e che quindi qualcosa la dobbiamo cambiare.
Potremmo andare anzitutto verso una flessibilità interna ad un posto di lavoro comunque garantito, perchè non è detto che, pur mantenendosi all'interno di una certa organizzazione o di una certa azienda, di uno stesso ente, non si possa ad un certo punto cambiare ruolo o funzione quando lo si voglia. Certo lo stato è un gran macchinone e non può stare alla mercè di chi all'improvviso decide di essere stufo di un compito e vuole cambiarlo, ma si potrebbe cominciare a pensare ad una scansione temporale entro cui al lavoratore viene chiesto di decidere che strada prendere, magari con step pluriennali.La pianificazione faticosa, la strada è lunga, ma non è detto che non si trovi un soluzione.
Dicono che il nostro nuovo modello di organizzazione del lavoro è la Danimarca e io ci spero tanto!
I danesi mediamente, nella loro vita professionale, cambiano 7-8 lavori, girano da un'azienda all'altra, da un progetto all'altro sapendo che, investendo su se stessi, il prossimo lavoro è sempre dietro l'angolo.
L'importante è che del modello danese ci arrivi tutto, ma proprio tutto: le possibilità e la vastità di offerte che rendano il precariato attuale una flessibilità interessante, l'assistenza sociale che copre ogni momento della vita e non la latitanza del welfare italiano, la parità di accesso al mondo del lavoro per tutti, l'ottimismo, l'intraprendenza e tanto altro.
Personalmente poi non mi piace avere paura dei cambiamenti, che magari portano con sè l'opportunità che cerchiamo da una vita!
Forza ragazzi, ottimismo! A quanto pare, non c'è del marcio in Danimarca e se portano in Italia il modello danese... A noi ragazze va in ogni caso bene!
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mercoledì 31 agosto 2011
Quando parliamo di lavoro
Ultimamente faccio fatica a capire di cosa parliamo quando diciamo di parlare di lavoro.
L'argomento è sempre molto attuale in Italia, in particolare all'altezza delle lettere L ed O, ovvero inizio e fine percorso lavorativo.
In questi giorni è più in auge l'argomento dopo-lavoro, ma non quella bella attività, sana e spontanea, dei ferrovieri, che dopo otto ore di turno massacrante hanno ancora voglia di fermarsi in stazione ad inventarsi qualcosa di creativo. No, si parla di dopo-lavoro, ovvero pensioni. Insomma, per affrontare la riforma del lavoro si comincia dalla fine, dalle pensioni... Se lo dicono a Steve Jobs, con la sua bella mente lucida ed analitica, ride da oggi fino a domani (quindi qualcuno per favore glielo dica, almeno gli diamo un po' di sollievo in un momento difficile).
Io quindi mi domando: non sarebbe meglio parlare di lavoro cominciando dall'inizio?
Forse dovremmo pensare ad una riforma globale che renda il mondo del lavoro (non chiamiamolo "mercato del lavoro", così freddo e riduttivo) realmente accessibile e più vicino ai giovani, e poi da lì studiare percorsi nuovi che conducano fino alla pensione. Per quel che possa valere la mia opinione, secondo me andrebbero sostenute ed incoraggiate tutte quelle iniziative in favore della flessibilità, dalla possibilità di orari differenziati a quella di lavorare anche non in ufficio (quando il tipo di lavoro lo permette), creare micro-gruppi di tre-quattro colleghi che debbano garantire obiettivi ed un monte ore totale, ma che possano poi organizzarsi autonomamente il lavoro al loro interno, e così via. Tutte iniziative, insomma, che realmente permettano di avviarsi al lavoro senza prendere la classica tranvata costituita da salto nel vuoto con triplo avvitamento, cioè: 1) capo inflessibile, 2) colleghi str...; 3) compenso misero!
Io inoltre mi domando: non è forse il caso che a parlare di regole di lavoro che cambiano siano quelli che a tali regole dovranno sottostare?
Ma cosa ne sanno 70enni imbolsiti da privilegi e diritti acquisiti, di cosa voglia dire lavorare senza tutele, senza previdenza, senza prospettive! Ma cosa ne sanno 40enni ereditieri che in fabbrica non hanno passato neanche un giorno, che alla catena di montaggio non sono passati neanche per gli auguri di Natale! Ma cosa ne sanno politici in mano ai palazzinari e palazzinari di politici di come si sta appesi per ore ad un ponteggio più precario... Il movimento "Forchette Rotte" (http://www.forchetterotte.it/) a Palermo sta facendo piccoli miracoli, tipo portare la regione a prorogare un bando troppo estivo: ma che lavoro fa realmente chi quel bando l'ha scritto ed emanato? Perchè dobbiamo parlare di miracoli, quando parliamo di lavoro?
Pressapochismo, leggerezza, approssimazione... Questo c'è quando parliamo di lavoro!
E alla fine ancora mi domando: ma quando cominciamo veramente a parlare di lavoro!?
L'argomento è sempre molto attuale in Italia, in particolare all'altezza delle lettere L ed O, ovvero inizio e fine percorso lavorativo.
In questi giorni è più in auge l'argomento dopo-lavoro, ma non quella bella attività, sana e spontanea, dei ferrovieri, che dopo otto ore di turno massacrante hanno ancora voglia di fermarsi in stazione ad inventarsi qualcosa di creativo. No, si parla di dopo-lavoro, ovvero pensioni. Insomma, per affrontare la riforma del lavoro si comincia dalla fine, dalle pensioni... Se lo dicono a Steve Jobs, con la sua bella mente lucida ed analitica, ride da oggi fino a domani (quindi qualcuno per favore glielo dica, almeno gli diamo un po' di sollievo in un momento difficile).
Io quindi mi domando: non sarebbe meglio parlare di lavoro cominciando dall'inizio?
Forse dovremmo pensare ad una riforma globale che renda il mondo del lavoro (non chiamiamolo "mercato del lavoro", così freddo e riduttivo) realmente accessibile e più vicino ai giovani, e poi da lì studiare percorsi nuovi che conducano fino alla pensione. Per quel che possa valere la mia opinione, secondo me andrebbero sostenute ed incoraggiate tutte quelle iniziative in favore della flessibilità, dalla possibilità di orari differenziati a quella di lavorare anche non in ufficio (quando il tipo di lavoro lo permette), creare micro-gruppi di tre-quattro colleghi che debbano garantire obiettivi ed un monte ore totale, ma che possano poi organizzarsi autonomamente il lavoro al loro interno, e così via. Tutte iniziative, insomma, che realmente permettano di avviarsi al lavoro senza prendere la classica tranvata costituita da salto nel vuoto con triplo avvitamento, cioè: 1) capo inflessibile, 2) colleghi str...; 3) compenso misero!
Io inoltre mi domando: non è forse il caso che a parlare di regole di lavoro che cambiano siano quelli che a tali regole dovranno sottostare?
Ma cosa ne sanno 70enni imbolsiti da privilegi e diritti acquisiti, di cosa voglia dire lavorare senza tutele, senza previdenza, senza prospettive! Ma cosa ne sanno 40enni ereditieri che in fabbrica non hanno passato neanche un giorno, che alla catena di montaggio non sono passati neanche per gli auguri di Natale! Ma cosa ne sanno politici in mano ai palazzinari e palazzinari di politici di come si sta appesi per ore ad un ponteggio più precario... Il movimento "Forchette Rotte" (http://www.forchetterotte.it/) a Palermo sta facendo piccoli miracoli, tipo portare la regione a prorogare un bando troppo estivo: ma che lavoro fa realmente chi quel bando l'ha scritto ed emanato? Perchè dobbiamo parlare di miracoli, quando parliamo di lavoro?
Pressapochismo, leggerezza, approssimazione... Questo c'è quando parliamo di lavoro!
E alla fine ancora mi domando: ma quando cominciamo veramente a parlare di lavoro!?
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