Da quando esiste 104curriculum, diverse volte amici e conoscenti mi hanno chiesto di scrivere post su argomenti specifici di loro interesse ma che gravitano comunque intorno ai temi principali del blog (lavoro, precariato, giovani). Non sempre purtroppo è stato possibile accontentarli, soprattutto per mancanza di tempo, spero di averne per rimediare.
Ho riflettuto, però, sulle richieste che mi sono arrivate, o meglio, sul fatto stesso che mi si richiedesse un post dedicato, riconoscendo a 104curriculum un valore di comunicazione che mi inorgoglisce (comunicazione = tu che scrivi/parli e qualcuno che legge/ascolta!).
Tutte queste riflessioni erano poi andate chissà dove, sommerse da impegni, cose da fare, lavoro, amici, corse e risate.
Sono tornate ieri in massa, nel momento in cui mi è arrivata una mail singolare, nella quale mi si invita, senza troppi giri di parole, a pubblicizzare un preciso sito web che offre servizi commerciali. Evidentemente i responsabili della comunicazione della società che gestisce il sito, leggendo il blog, hanno visto che in qualche post ho trattato argomenti vicini ai servizi da loro offerti e hanno provato ad inserirsi fra un post e l'altro, offrendo di mandarmi, se concordo, materiale redazionale specifico su cui lavorare.
Niente di male, normale attività promozionale, ma non lo farò, non potrò farlo. Mi sembrerebbe di tradire la natura stessa del blog, semplice e leggero sì, ma così spontaneo, incondizionato e libero, soprattutto ora che paiono avvicinarsi tempi bui, in cui blog ben più seri seguiti e impegnati del mio rischiano ogni giorno di chiudere per aver usato parole definite offensive dal primo lettore che ha dormito male la notte.
Alla base di 104curriculum non c'è un metodo ben definito, nè uno schema da seguire, nè un'architettura ben precisa e congegnata che collega i post fra loro e col mondo, niente di tutto questo. Qualunque argomento trattato su 104curriculum, qualunque azienda o realtà associativa, culturale e sociale citata, linkata, nominata e, quindi, pubblicizzata, si trova qui solo perchè - scovata chissà come e chissà dove - ha centrato il mio interesse ispirando qualche riga di scrittura.
Certo, tornando al punto, resta che un'azienda sconosciuta si sia presentata a me per essere pubblicizzata, come avviene con le agenzie di comunicazione e le redazioni giornalistiche. E così, mentre penso a come e dove organizzare il prossimo evento, a cosa preparare per pranzo e all'autunno che finalmente è arrivato, e io stessa mi domando qual è, oggi, il mio lavoro, una vocina da dentro mi ricorda che...
Io sono una blogger!
Benvenuti!
13/104 è il numero magico, e ora? E ora è tutto da scoprire, sicuramente il meglio arriva da adesso in poi... Buona lettura!
Visualizzazione post con etichetta lavoro giovanile. Mostra tutti i post
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domenica 9 ottobre 2011
mercoledì 31 agosto 2011
Quando parliamo di lavoro
Ultimamente faccio fatica a capire di cosa parliamo quando diciamo di parlare di lavoro.
L'argomento è sempre molto attuale in Italia, in particolare all'altezza delle lettere L ed O, ovvero inizio e fine percorso lavorativo.
In questi giorni è più in auge l'argomento dopo-lavoro, ma non quella bella attività, sana e spontanea, dei ferrovieri, che dopo otto ore di turno massacrante hanno ancora voglia di fermarsi in stazione ad inventarsi qualcosa di creativo. No, si parla di dopo-lavoro, ovvero pensioni. Insomma, per affrontare la riforma del lavoro si comincia dalla fine, dalle pensioni... Se lo dicono a Steve Jobs, con la sua bella mente lucida ed analitica, ride da oggi fino a domani (quindi qualcuno per favore glielo dica, almeno gli diamo un po' di sollievo in un momento difficile).
Io quindi mi domando: non sarebbe meglio parlare di lavoro cominciando dall'inizio?
Forse dovremmo pensare ad una riforma globale che renda il mondo del lavoro (non chiamiamolo "mercato del lavoro", così freddo e riduttivo) realmente accessibile e più vicino ai giovani, e poi da lì studiare percorsi nuovi che conducano fino alla pensione. Per quel che possa valere la mia opinione, secondo me andrebbero sostenute ed incoraggiate tutte quelle iniziative in favore della flessibilità, dalla possibilità di orari differenziati a quella di lavorare anche non in ufficio (quando il tipo di lavoro lo permette), creare micro-gruppi di tre-quattro colleghi che debbano garantire obiettivi ed un monte ore totale, ma che possano poi organizzarsi autonomamente il lavoro al loro interno, e così via. Tutte iniziative, insomma, che realmente permettano di avviarsi al lavoro senza prendere la classica tranvata costituita da salto nel vuoto con triplo avvitamento, cioè: 1) capo inflessibile, 2) colleghi str...; 3) compenso misero!
Io inoltre mi domando: non è forse il caso che a parlare di regole di lavoro che cambiano siano quelli che a tali regole dovranno sottostare?
Ma cosa ne sanno 70enni imbolsiti da privilegi e diritti acquisiti, di cosa voglia dire lavorare senza tutele, senza previdenza, senza prospettive! Ma cosa ne sanno 40enni ereditieri che in fabbrica non hanno passato neanche un giorno, che alla catena di montaggio non sono passati neanche per gli auguri di Natale! Ma cosa ne sanno politici in mano ai palazzinari e palazzinari di politici di come si sta appesi per ore ad un ponteggio più precario... Il movimento "Forchette Rotte" (http://www.forchetterotte.it/) a Palermo sta facendo piccoli miracoli, tipo portare la regione a prorogare un bando troppo estivo: ma che lavoro fa realmente chi quel bando l'ha scritto ed emanato? Perchè dobbiamo parlare di miracoli, quando parliamo di lavoro?
Pressapochismo, leggerezza, approssimazione... Questo c'è quando parliamo di lavoro!
E alla fine ancora mi domando: ma quando cominciamo veramente a parlare di lavoro!?
L'argomento è sempre molto attuale in Italia, in particolare all'altezza delle lettere L ed O, ovvero inizio e fine percorso lavorativo.
In questi giorni è più in auge l'argomento dopo-lavoro, ma non quella bella attività, sana e spontanea, dei ferrovieri, che dopo otto ore di turno massacrante hanno ancora voglia di fermarsi in stazione ad inventarsi qualcosa di creativo. No, si parla di dopo-lavoro, ovvero pensioni. Insomma, per affrontare la riforma del lavoro si comincia dalla fine, dalle pensioni... Se lo dicono a Steve Jobs, con la sua bella mente lucida ed analitica, ride da oggi fino a domani (quindi qualcuno per favore glielo dica, almeno gli diamo un po' di sollievo in un momento difficile).
Io quindi mi domando: non sarebbe meglio parlare di lavoro cominciando dall'inizio?
Forse dovremmo pensare ad una riforma globale che renda il mondo del lavoro (non chiamiamolo "mercato del lavoro", così freddo e riduttivo) realmente accessibile e più vicino ai giovani, e poi da lì studiare percorsi nuovi che conducano fino alla pensione. Per quel che possa valere la mia opinione, secondo me andrebbero sostenute ed incoraggiate tutte quelle iniziative in favore della flessibilità, dalla possibilità di orari differenziati a quella di lavorare anche non in ufficio (quando il tipo di lavoro lo permette), creare micro-gruppi di tre-quattro colleghi che debbano garantire obiettivi ed un monte ore totale, ma che possano poi organizzarsi autonomamente il lavoro al loro interno, e così via. Tutte iniziative, insomma, che realmente permettano di avviarsi al lavoro senza prendere la classica tranvata costituita da salto nel vuoto con triplo avvitamento, cioè: 1) capo inflessibile, 2) colleghi str...; 3) compenso misero!
Io inoltre mi domando: non è forse il caso che a parlare di regole di lavoro che cambiano siano quelli che a tali regole dovranno sottostare?
Ma cosa ne sanno 70enni imbolsiti da privilegi e diritti acquisiti, di cosa voglia dire lavorare senza tutele, senza previdenza, senza prospettive! Ma cosa ne sanno 40enni ereditieri che in fabbrica non hanno passato neanche un giorno, che alla catena di montaggio non sono passati neanche per gli auguri di Natale! Ma cosa ne sanno politici in mano ai palazzinari e palazzinari di politici di come si sta appesi per ore ad un ponteggio più precario... Il movimento "Forchette Rotte" (http://www.forchetterotte.it/) a Palermo sta facendo piccoli miracoli, tipo portare la regione a prorogare un bando troppo estivo: ma che lavoro fa realmente chi quel bando l'ha scritto ed emanato? Perchè dobbiamo parlare di miracoli, quando parliamo di lavoro?
Pressapochismo, leggerezza, approssimazione... Questo c'è quando parliamo di lavoro!
E alla fine ancora mi domando: ma quando cominciamo veramente a parlare di lavoro!?
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