Benvenuti!

13/104 è il numero magico, e ora? E ora è tutto da scoprire, sicuramente il meglio arriva da adesso in poi... Buona lettura!


sabato 16 luglio 2016

1/104 - Il giurista, certo


Mi sono iscritta al concorso indetto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo per l'assunzione di 500 funzionari con diversi profili professionali.
Il ministero sta cercando da archivista ad architetto, da archeologo a storico dell'arte (per la cronaca: io sto concorrendo per il profilo di archeologo e di funzionario della comunicazione, quindi tecnicamente i concorsi sono due). 
Nonostante le profonde differenze fra le competenze dei diversi profili, le prove preselettive a fine mese saranno quiz a risposta multipla estratti per tutti dallo stesso database.
Le materie d'esame sono diritto dei beni culturali, che sostituisce le prove di logica, elementi di patrimonio culturale, che sostituisce la prova di cultura generale, e diritto amministrativo, grande classico dei quiz statali.
Tutta contenta e priata (=felice. Potevo scrivere 'felice', ma 'priata' fa tanto Camilleri, e Camilleri - si sa - d'estate tira tantissimo) ho accolto la notizia dell'introduzione delle nuove materie come un grande segno di evoluzione da parte di una istituzione non sempre esattamente al passo coi tempi.
Ho pensato è giusto, in fondo, conoscere i principi generali del diritto amministrativo e delle norme che regolano la gestione del patrimonio culturale, accidenti! Di gestione beni culturali mi dovrei occupare, se vincessi il concorso!
E ci sta che ad un livello di preselezione chiederanno i principi normativi generali, da approfondire poi eventualmente in fase di concorso vero e proprio.
Certo, perchè va bene conoscere le leggi, ma non lavorerei nell'ufficio appalti, io.
Certo, per essere rispettate, le norme vanno conosciute, ma poi intervengono gli aggiornamenti, i di cui, i decreti attuativi. Insomma, i dettagli li imparerei lavorando.
D'altra parte, mi candido per lavorare come funzionario della valorizzazione e comunicazione (concorso 1), il sig. Ministero vorrà sapere se so impostare un piano di comunicazione, se ho strategie per valorizzare il patrimonio, se sono un vulcano di idee attivo come l'Etna o a riposo come il Vesuvio.
Mi candido come funzionario archeologo (concorso 2), il sig. Ministero vorrà sapere se so distinguere un'anfora da un cratere, se parliamo di un alzato non penso ad uno che mi aspetta in piedi, se trattiamo di un tracciato non faccio filosofia sui percorsi della vita.
E invece no. 
Il sig. Ministero dice (e forse ci crede davvero) di cercare archeologi, architetti, archivisti, archicomunicatori, ma in realtà cerca giuristi.
1040 domande di diritto dei beni culturali del livello di "La pena applicabile per i reati per l'uscita o l'esportazione illecita di beni culturali e per l'impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato, ai sensi dell'art. 177, co. 1 D. Lgs. n. 42/2004, di quanto è ridotta qualora il colpevole fornisca una collaborazione decisiva o comunque di notevole rilevanza per il recupero dei beni?" e 1560 domande di diritto amministrativo tipo "I conferimenti delle funzioni amministrative, da parte delle regioni alle province, ai comuni e agli altri enti locali che non richiedono l'unitario esercizio a livello regionale, devono avvenire nell'osservanza dei principi fondamentali indicati al comma 3, all'art. 4 della Legge n. 59/1997" (continua, ndr.), secondo voi a cosa servono?
Ma a forgiare una nuova leva di giuristi, ovviamente!

E così eccolo qua uno dei profili professionali, uno dei curriculum più astrusi richiesti a chi lavora nel settore culturale in Italia: 
il giurista, signori, e il resto è tutto opinabile!

martedì 29 marzo 2016

Moriremo burocrati

Ancora in Italia si fanno convegni, tavole sbilenche più che rotonde nelle quali non mancano zelanti funzionari e consulenti di un qualunque ufficio di un qualunque ministero che lodano "l'importanza del patrimonio culturale come leva per lo sviluppo del territorio". 
Loro lodano e a me vengono le vertigini a forza di scansare parole vuote e nocive come palle di polvere. Vuote si, perchè la realtà quotidiana di chi lavora nei beni culturali è piena di tutt'altro.
Voi siete liberi di non crederci, ma se dovete chiedere un parere di interesse culturale su un bene (e chi non lo fa tutti i giorni?), le cose funzionano così:
1. Ci si registra su un sito web dedicato; vi risparmio commenti sull'aspetto grafico, ma non posso non dirvi che il database di gestione è aggiornato a, credo, il 2011 o poco dopo.
2. Arrivano via mail credenziali di accesso temporanee, cioè da utilizzare una volta sola; terrore mi colse all'idea di sbagliare dati e perdere tutto il lavoro.
3. Si accede e si completa la registrazione.
4. Il sistema genera automaticamente un modulo di richiesta delle credenziali definitive; dovrebbe essere completo di tutti i dati che inserite, ma non lo è e perciò inserite i dati a mano sul documento stampato.
5. Il modulo va appunto stampato, firmato e inviato via fax (si, via FAX avete capito bene) agli uffici preposti del Ministero dei Beni Culturali.
6. Ricevuto il fax, dallo stesso ufficio mandano, via mail - non ve lo aspettavate, eh? - una bozza di protocollo fra vostro ente e ministero nel quale dite che si, entrambi siete d'accordo ad avere queste benedette credenziali definitive (sarà per autotutela del ministero, davanti ad una procedura del genere sarebbe normale ripensarci).
7.  Di nuovo si stampa e firma il documento e lo si manda in duplice copia per posta raccomandata; si, insomma, un bel plico cartaceo chè la tecnologia servirebbe a risparmiare carta e tempo, ma che piacere c'è se non fate la fila alla posta per spedire la vostra raccomandata del giorno?
8. Il Ministero restituisce il protocollo firmato e "contestualmente" (vi farò sapere quanto contestualmente) invia le credenziali d'accesso definitive.
9. Finalmente potete inserire i dati relativi al bene per cui volevate il parere ed inviare la domanda... si, era questo il motivo per cui vi siete imbarcati in questa avventura meravigliosa, più o meno 21 righe e 21 mesi fa.
10. Attendete il parere.
11. Attendete il parere.
12. Attendete il parere.
13. I vostri figli si sposano.
14. Attendete il parere.
15. L'edificio storico è crollato.
...

Non moriremo democristiani e neanche comunisti, non moriremo ricchi sfondati o poveri senza un tetto. 
Moriremo burocrati.

giovedì 17 marzo 2016

La ricerca, il silenzio

La notizia più bella di questi giorni in ambito culturale (ma dovrebbe esserlo per il Paese intero) è l'individuazione e l'arresto degli autori del furto di opere d'arte del Museo di Castelvecchio a Verona, avvenuto il 19 novembre scorso.
Le indagini sono ancora in corso, le opere non sono state ritrovate, ma siamo ottimisti ed è comunque un gran risultato raggiunto grazie alla sinergia fra polizia e carabinieri in meno di quattro mesi.
Devo ammettere che la notizia mi ha colto di sorpresa, sono fra quelli che hanno pensato che quei Tintoretto, Rubens, Mantegna non li rivedremo mai, e invece adesso sembra esserci uno spiraglio di possibilità.
Certo è che in questi mesi sulla vicenda si è detto e fatto di tutto: intellettuali che invitavano a "non dimenticare", artisti anonimi che agitavano cause, in quattro giorni siamo passati dall'essere un Paese di strateghi dell'antiterrorismo ad un Paese di esperti d'arte, per poi trasformarci, indolenti e presuntuosi, in un Paese di "vagamente interessati all'arte, quando serve in certi dopo-cena in enoteca".
Tutti davano la colpa a tutti, sembrava di stare alla fiera dell'Est: la politica che taglia i fondi alla scuola che non parla d'arte ai ragazzi che preferiscono il calcio con i genitori che non vanno alle mostre che sono fatte male dai curatori che non hanno stimoli...
E, invece, cosa stava succedendo nel frattempo?
Semplice: chi doveva, stava facendo il proprio lavoro. Le forze dell'ordine stavano indagando e, poichè lo stava facendo bene, non ne parlavano con nessuno.
Non gliene vorranno gli intellettuali se non sono stati aggiornati, o i giornalisti se hanno perso qualche scoop, ma solo in questo modo, lavorando in silenzio e con tanta concentrazione mentre intorno tutto è vociare e accusare indistinto, si possono ottenere i risultati attesi.
Il settore della cultura in Italia è un negozio di ventagli colorati: moltissimi entrano, aprono i cassetti, provano, sventolano, si pavoneggiano, a mala pena spostano un soffio d'aria, non distinguono un modello giapponese da uno inglese ma ne parlano ugualmente, e poi vanno via, lasciando al più silenzioso e delicato dei commessi il compito di riordinare.

#IlMioCV: per ricostruire la vicenda in questi mesi - chi ha parlato, chi ha protestato, chi s'è indignato - ho fatto un po' di ricerche: su Google sono andata oltre la prima pagina, ho consultato archivi di quotidiani, sono andata a memoria su dichiarazioni sentite in prima persona, ho osservato.
Ho fatto insomma quello che ho imparato a fare da piccola e poi raffinato all'Università, in fin dei conti l'argomento può essere irrilevante, l'importante è avere un metodo. Sono una ricercatrice, e lo sarò sempre.

mercoledì 2 marzo 2016

Con cura

Ad un anno esatto dall'ultimo post, torna 104curriculum.
Non so se i "ma quando riprendi a scrivere? Ti leggevo sempre" da parte di amici e parenti valgano come "a grande richiesta", ma certamente l'incitamento di lettori vicini e lontani mi ha portato a riflettere sul blog e riaprire questa pagina.
So che i centoquattro curriculum non possono più essere quel che erano all'inizio, due curriculum a settimana in un anno mandati ad aziende, enti, associazioni per proporre le mie competenze e trovare un nuovo lavoro.
So che nei mesi di Expo Milano 2015 la cultura del non sprecare il cibo si è diffusa sulle tavole dalle porzioni ristrette già per la crisi, perciò la rubrica "Pranzo di lavoro" potrebbe non avere più molti spunti da raccontare.
So che il lavoro venduto gratuitamente, l'esperienza condivisa senza prima aver incassato la parcella non è utile a valorizzare le proprie competenze, e così "Aggratisse, consigli in libertà" potrebbe essere diventata demodé.
So che nell'era della condivisione istantanea, di notizie live dei pendolari già non ne potete più, e davanti alla rubrica "A bordo treno" passerete a leggere altro.
So pure, però, che lavorare nel settore culturale richiede oggi competenze sempre nuove e trasversali, che possono riguardare anche l'economia, il marketing, la comunicazione, i nuovi media, i big data, la tecnologia, insieme alla buona vecchia capacità di ricerca, analisi e connessioni, tanto da riempirne altri mille, di curriculum!
Gestire progetti culturali permette inoltre di incontrare ogni giorno persone diverse per storia, sensibilità, creatività e ti mette davanti bei faldoni di avventure da raccontare e aneddoti da vivere.
So che siamo quello da cui proveniamo, e la strada è quel percorso che si traccia partendo dalla nostra storia e risalendo lungo i desideri e che sia storia che sogni meritano tutta la nostra più delicata cura.
So anche - l'ultima, più profonda e solida certezza - che il frigorifero di una siciliana avrà sempre, sempre, una ricetta con gli scarti da inventare!

So che oggi avere un blog è demodé, ma voi lo sapete che a me piace tanto questa parola, con il suo suono canzonatorio di chi non è più alla moda ma la cosa non lo turba affatto.

Bentornati su 104curriculum!

mercoledì 4 marzo 2015

Come me nessuno mai

Avverrà, in un futuro non tanto remoto, che il mio stesso blog - che ha una sua identità e sensibilità tutta propria e autonoma da me - mi ripudierà.
Avverrà quando gli rivelerò quanto adesso rivelo a voi: io, la promotrice del curriculum ben fatto, la paladina del ponderare cosa inserire e cosa omettere, io che ricostruisco percorsi di vita da appunti mandati su whatsapp... Ebbene si, io questa io, ho dimenticato di inserire nel mio curriculum un intero anno di lavoro!
Il momento in cui me ne sono accorta è stato come una rivelazione: ho alzato gli occhi e ho detto a mezza voce: "ma io ho fatto anche la tutor, o sbaglio?". Non sbagliavo... Ma come si fa a dimenticare di inserire nel curriculum un intero anno di lavoro!? Chi altri potrebbe...!?
Riordiniamo, per chi non conosce la storia in dettaglio: nel lontano 2006 ho lavorato come tutor ad un master universitario che riguardava l'accessibilità dei beni e dei siti di interesse culturale.
Dunque, in estrema sintesi, un ruolo importante (tutor ad un master accademico) su un tema di grande interesse sia per il mio lavoro, che per passione personale.
Come se non bastasse, è stato pure un anno bellissimo! Con studenti, docenti e collega tutor (soprannominato "il collega") si era creato un gruppo armonioso, divertentissimo! Competenze, caratteri e ruoli diversi non ci hanno mai separato, ma unito sempre di più col passare dei mesi.
Eppure, di tutta questa bellezza non c'è stata traccia nel mio curriculum per anni.
Non volendo addentrarmi in analisi psicologiche per scoprire chissà quale trauma infantile, preferisco non chiedermi perchè l'abbia dimenticato; i "perchè?" e i "come?" affollano già troppo le mie giornate per avere spazio per aggiungerne un altro. Adesso ho rimediato e felicemente guardo avanti.
A cosa serve, dunque, questo post, se non mi fa riflettere su di me e capire cosa ho fatto?
Serve intanto a farmi ridere di me stessa, ricordandomi quindi che l'autoironia alleggerisce tutto, e serve da promemoria - o meglio, chiamiamola con il suo nome: giustificazione - per tutti voi amici cari, che mi guardate stupiti quando non ricordo nomi, facce, ruoli, date, aneddoti: non è snobismo da pseudo intellettuale. Semplicemente aveva ragione un mio caro amico che tanti anni fa mi disse: "Angela, tu sei sempre altro, sei sempre altrove".
Sono una persona molto distratta, anche se sembro attenta!

domenica 22 febbraio 2015

Pranzo di lavoro - Riposata

Un pugno di lenticchie buone, una patata, una carota e un tristissimo gambo di sedano (che però con questa compagnia da il meglio di sè).
28-29 minuti di cottura e la zuppa è pronta. E fin qui, direte, siamo bravi tutti.
Ma se non siete siciliani, non lo sapete che certe pietanze hanno bisogno di relax. Si, anche la zuppa si deve riposare!
Allora ascoltate me: mentre fate colazione, cuocete nella zuppa un po' di pasta (io consiglio ditalini, la mia amica Antonella è più per lo spaghetto rotto). Le ore che passeranno fra preparazione e consumazione serviranno a voi per lavorare e alla pasta per riposare: l'incontro all'ora di pranzo, con un filo d'olio a condire il momento, sarà davvero rasserenante.

giovedì 11 dicembre 2014

Divisione del lavoro

A me oggi sembra che il vero discrimine nel lavoro in Italia stia fra chi ha un contratto di lavoro dipendente, pubblico o privato che sia, e chi no. Nel "chi no", includo tutti gli atipici di questo Paese atipico, incastrati in sigle ridicole quali sono tutte le declinazioni del Co.Co., includo la (S)Partita IVA people, gli stage e le prestazioni occasionali.

A me oggi sembra che siamo due popoli che occupano lo stesso suolo: parliamo linguaggi diversi, viviamo vite diverse, abbiamo orizzonti diversi.

A me oggi sembra che difficilmente proveremo a cedere il triste scettro di legno e la corona di latta che spetta a chi vince la gara del più sfruttato, più sottopagato, più deluso.

A me oggi sembra che difficilmente ci capiremo. Mi sembra che per entrambi i gruppi le proprie ragioni sono più ragioni.

Alcuni di noi proprio non riusciremo mai a capire cosa significa vivere a pieno un diritto, se questo è dato da contratto; semplicemente perchè non lo abbiamo mai avuto e quindi non sapremmo come gestirlo.

Altri da noi, però, proprio non riusciranno mai a capire che per diritto e per capriccio sono due motivazioni profondamente diverse, cambiano il senso delle cose, la percezione dello spazio intorno a sè.
Riflettere su questa profonda differenza ci porterebbe a capire che Copernico non ha studiato invano.

lunedì 17 novembre 2014

Me lo(ve) merito

La riforma del lavoro ancora non abbiamo capito come sarà, ma ha già dato il la a tutte le forme di confronto verbale immaginabili comprese nell'arco che va dal chiacchiericcio al dibattito, con una tale varietà di posizioni ed interpretazioni che sento il bisogno di un sig. Bignami dei tempi odierni che mi fornisca il compendio.
Spicca, nel mezzo delle eccentricità urlate come saldi di fine stagione (perchè almeno questo, che viviamo in un clima da fine stagione, è tristemente chiaro a tutti), l'affermazione di Nonsochi che sostiene che avere il merito come principio guida di una qualsivoglia riforma sia profondamente sbagliato, perchè parrebbe essere tale merito - sconosciuto ai più nel nostro Paese - niente meno che nemico dell'uguaglianza, che invece risulterebbe essere sorella gemella della giustizia sociale.
In questa occasione non mi esprimo sulla prossima ennesima riforma del lavoro (i vecchi lettori del blog avranno già avuto un sussulto di sorpresa nel vedermi tornare online, figurarsi se posso dare loro un altro colpo cominciando pure ad affrontare seriamente i discorsi!), ma su questa potenziale inimicizia fra merito ed uguaglianza non posso sorvolare, perchè sinceramente non la capisco.
Se uguaglianza è dare a tutti nella stessa misura opportunità, basi, strumenti, speranze - e lunga vita all'uguaglianza! - dove starebbe l'inconciliabilità con il riconoscimento del merito, cioè premiare ciascuno in base al proprio impegno e capacità? (Impegno e capacità insieme, attenzione, perchè l'uno senza l'altro vicendevolmente non sono sufficienti).
Quando in qualche modo il meccanismo della vita si inceppa per questioni legate alla giustizia o alla salute ad esempio, pretendiamo per noi, giustamente, il meglio, cercando il merito e riconoscendogli anche un valore aggiunto a livello economico talvolta spropositato rispetto al valore intrinseco. Ma questo merito, se non lo abbiamo coltivato, accompagnato e cresciuto, come possiamo trovarcelo davanti, disponibile e pronto per le nostre esigenze?
E soprattutto, questo merito magari di famiglia sfortunata, coperto ed offuscato dal brillare vuoto di tanta banalità impreziosita da dinamiche di affiliazione e strane forme di cooptazione, se non avesse avuto che so, una borsa di studio di supporto, strumenti da utilizzare durante la propria formazione, la sicurezza di una stanza nei collegi per gli studenti, questo merito dicevo sarebbe mai arrivato fin davanti a noi, a salvarci la vita, a difendere la nostra dignità, a confortarci con la parola giusta?
Suona come una terzina, che non scivola via nella rotazione della erre ma si ferma perentorio grazie alla ti: merito, come la continua crescita di chi non sfugge a sè stesso, di chi resta e da e - sarebbe pure ora, caro Stato! - riceve.

domenica 1 settembre 2013

A volte ritornano...

E a volte, purtroppo, no.
A volte, finite le ferie, i lavoratori italiani ritornano al proprio posto di lavoro.
A volte, però, questo non accade perchè le fabbriche ad agosto hanno chiuso per non riaprire più, spesso ad insaputa degli stessi dipendenti che si ripresentano ai cancelli e trovano solo lucchetti e catenacci.
A volte, finita l'estate, maestre ed insegnanti tornano a scuola e a volte no, perchè tagli e contrazioni li hanno resi "soprannumerari", ovvero anime vaganti in cerca di una classe cui trasmettere qualcosa.
A volte a settembre stagisti ben retribuiti da aziende virtuose tornano in sede ad imparare nuove competenze e a volte no, perchè le vacanze loro non le hanno fatte, visto che il finto stage serviva solo a farli lavorare per coprire le ferie degli altri e adesso vengono elegantemente rispediti a casa.
A volte, fra chi cerca disperatamente un lavoro, fra chi l'ha perso, chi ne è insoddisfatto, chi lo vorrebbe cambiare, trovi anche lavoratori felici, che forse non hanno tanto, ma quanto meno apprezzano la propria condizione, sempre più eccezionale in un paese con il 39% di giovani disoccupati.
A volte si riesce ad essere solidali e rispettosi, si mette da parte l'individualismo e non ci si lamenta della "sfortuna di dover tornare a lavoro", ma anzi si cerca di lanciare messaggi di incoraggiamento e sostegno, attraverso i social network e con azioni concrete, verso chi in settembre come unico lavoro ha quello di cercare un lavoro.
Poi entro su facebook e passo su twitter e tristemente vedo che a volte, purtroppo, no, proprio non si riesce.

Summary: Sometimes, finished the holiday season, the Italian workers return to their workplace and somethimes, unfortunately, no.
Sometimes we try to be in solidarity with those who have lost their jobs or cannot find it and we show respect to their plight. Then, however, on social networks you can find many people who complain about having to go back to work: this we are becoming, people individualistic and self-centered.

lunedì 1 luglio 2013

Valore

Oggi continuo a domandarmi come si determina il valore del nostro lavoro.
Lasciando da parte l'aspetto economico - che in generale ha un ruolo importante, per cui ne riparleremo in un post dedicato - mi domando quanto peso abbia ciascun elemento nella determinazione e definizione del valore del lavoro.
La mia domanda non riguarda neanche una comparazione fra diversi lavori da inserire in una scala dimensionale che dimostri come uno vale più dell'altro (anche perchè da socia di una Banca del Tempo, ho trovato la chiave - tutta solidale - che equipara le ore lavorate da una cuoca con quelle di un avvocato!). No, mi domando proprio all'interno dello stesso lavoro, quali sono gli elementi di osservazione che portano a dare valore diverso ad attività apparentemente uguali.
Dipende dal tipo di lavoro, certamente: in alcuni casi è la velocità di esecuzione, in altri la raffinatezza dei dettagli, la preziosità della merce.
Qualunque sia il valore del vostro lavoro, o meglio, del vostro intervento nell'attività che svolgete, affrettatevi a cercarlo ed identificarlo. Affrettatevi a capire qual è l'elemento (o gli elementi, ma massimo due o tre) che vi rende unici, che fa sì che la vostra mano sia riconoscibile, che il vostro intervento si faccia notare, che il vostro passaggio lasci il segno. Può essere un fattore determinante o secondario, poco importa, importa trovarlo. Basti pensare a quei dentisti la cui capacità d'intervento è di pari livello a tanti colleghi; ma poi trovi quello che mentre lavora ti spiega passo passo quello che fa, ti rasserena e rassicura e per voi, pur non avendo aggiunto nulla dal punto di vista tecnico, diventa immediatamente il dentista migliore sulla faccia della terra. Ecco, trovate il vostro "quid" in fretta, individuatelo e... E - sorpresa! - valorizzatelo.
Riconoscere il giusto valore al vostro valore, è l'aiuto migliore che potrete darvi. Lungo la carriera si incontrano così tante persone pronte a sminuire il lavoro degli altri (per gelosia o incapacità di comprenderne, appunto, il valore), si incontrano così tante persone indifferenti, si incontrano così tanti megalomani e distratti, che dovrete essere ben sicuri di voi e ben certi della vostra unicità per andare avanti.
Questo post contiene dei consigli e dovrebbe stare pertanto nella rubrica "Aggratisse! Consigli in libertà", ma vorrei tanto che fosse permeato in tutto e per tutto da questa riflessione profonda sull'importanza di dare un valore alla propria attività e difenderlo, per farlo crescere e portarlo avanti. Per questa ragione questo consiglio, così importante e, per una volta, così serio, è spontaneo e gratuito, ma non è "Aggratisse!".

domenica 16 giugno 2013

Happy! End...?

Siamo la generazione del "tutto ha un inizio e tutto ha una fine", abituati a ragionare su lavori a tempo, con scadenza tipo buone mozzarelle. E così oggi, che si è ufficialmente concluso un progetto di lavoro, dovrebbe essere un giorno qualunque.
In realtà, sarà perché ci ho lavorato per lungo tempo, ma forse più probabilmente perché ho messo tanto di me in questo lavoro - non solo competenze e conoscenze, ma soprattutto aspettative, passione, interesse, forza, tempo - un giorno qualunque non lo è per niente.
È piuttosto un giorno di ricordi e di risate, di consapevolezza del tanto lavoro svolto, di "si poteva fare meglio" (come talvolta recito monotona nella mia mente) e "angoli della mente che diventano curve nella memoria" (come molto più poeticamente canta Francesco De Gregori).
Di ritorno a casa dall'evento di chiusura del progetto, musica a tutto volume e un occhio attento alla bicicletta (che sono contenta di aver portato con me sul treno per la prima volta!), prendo atto che il progetto è proprio finito, che le tante persone con le quali ho collaborato, litigato, imprecato, riso, faticato, adesso, esattamente come me, vanno per la propria strada.
Però Tiziano Terzani mi ha spiegato e dimostrato come la fine può essere un inizio, e allora porto a casa i "sentiamoci, non perdiamoci di vista", i vari "dobbiamo ancora lavorare insieme" e allo stesso tempo "che bello che arrivano le vacanze e ci si riposa". Ma soprattutto mi porto un blocco d'appunti che, fra una fermata e l'altra del treno, in un'onda di entusiasmo, stanno già prendendo una bella forma!
Grazie a tutti i miei compagni di questo lungo viaggio, che mi hanno insegnato a come fare e anche a come non fare, forse non leggerete mai questo post, ma tanto lo sapete che vi sono grata di tutto.

mercoledì 15 maggio 2013

Sei unico!

Mezzanotte passata, silenzio tutto intorno, lavoro da circa tre ore. Concentrazione altissima, pure le zanzare lo hanno capito e da circa due ore mi lasciano in pace.
Ho letto, scritto, cercato, trovato, imprecato, esultato. Adesso è decisamente ora di spegnere il computer, ci rivediamo domani, fra qualche ora.
Osservo il materiale di lavoro sul tavolo: fogli colorati, bianchi, libri, appunti, tutto dedicato ad un nuovo progetto, che porta con sè nuovi ambiti, nuove persone, nuovi argomenti.
La precarietà è un supplizio, soprattutto quando non voluta, ma la libertà di cambiare progetti, di passare da un campo ad un altro portandosi sempre dietro le proprie competenze è, per me, di una bellezza che nessun orizzonte di stabilità può pagare.
Imparo ogni giorno cose nuove, scopro nuovi modi e nuovi mondi, utilizzo più linguaggi, guardo con occhi arricchiti.
Sei pesante, sei stressante, sei impegnativo, cambi ogni giorno e mi cambi ogni giorno, ma sei il lavoro che voglio e questo, proprio come accade con le persone di cui ci innamoriamo, ti rende unico e mi fa fare nottate!

mercoledì 1 maggio 2013

Feste comandate

A Natale bisogna essere buoni, a Carnevale bisogna essere allegri e divertirsi, a Pasqua e pasquetta è bene essere ecologisti, a Ferragosto bisogna essere al mare e al Primomaggio bisogna essere ovvi.
Il primo di maggio, impudente festa del lavoro, per essere in tema con la festa, con il clima da Primomaggio, bisogna avere indipendentemente dall'età la magliettina a maniche corte, i jeans comodi e dire ovvietà. Il repertorio delle ovvietà da dire è ampio, quindi è difficile non essere a tema, non preoccupatevi: puoi dire che vanno celebrati tutti quelli che sono morti per lavoro e mestamente ci puoi mettere dentro anche carabinieri, poliziotti & co., ma mestamente, perchè rischi di andare fuori tema; puoi parlare abbondantemente e con ricchezza di dettagli e statistiche dei ricercatori universitari, che con i loro studi lavorano al futuro di un Paese che invece li ha dimenticati negli scantinati dei laboratori e della precarietà, ma non parlare troppo di quelli che fanno studi di biologia, altrimenti gli ambientalisti più estremisti si arrabbiano e spaccano il laboratorio (insomma sei a tema se a jeans e magliettina aggiungi il cane a spasso); puoi parlare in lungo e largo degli esodati, ma lascia stare direttori di banca con intoccabili tredicesima e quattordicesima, lascia stare.
Per essere proprio proprio da Primomaggio e se magari hai un ruolo di rilievo nelle politiche sociali del Paese, puoi anche fare un appello alle istituzioni perchè facciano qualcosa per arginare la disoccupazione giovanile, puoi per esempio organizzare un grande evento, riempirlo di luoghi comuni (festa nella festa!), puoi alternare arte e riflessione, puoi avere facce di circostanza, puoi chiedere agli artisti di fare loro l'appello, che così è più cool e a loro aumentano i follower su twitter, ma mi raccomando: non chiedere cosa faranno domani tutti i montatori del palco, i tecnici, gli elettricisti. Non chiedere quanto dovranno contrattare domani tutti i musicisti (star escluse) per avere una serata in un pub a 70 € a persona e in nero; non chiedere quanti dei ragazzi del pubblico hanno un lavoro.
Mi raccomando, non ci rovinare la festa.

sabato 27 aprile 2013

Emozioni archeologiche

Durante il dottorato in archeologia, mi è capitato mille volte sentirmi chiedere "studi archeologia, e a che serve?", così tante volte che sono finita per chiedermelo quotidianamente anch'io. A che serve spendere risorse, tempo, intelligenze, sullo studio di dettagli di storia antica, archeologia, numismatica, epigrafia che interessano solo gli addetti ai lavori? A che serve, nel mondo reale che affronta mille problemi e non si ricorda cosa era il giorno prima, conoscere la sequenza esatta di monete emesse duemila anni fa o le tecniche pittoriche di affreschi che tanto non vedremo mai?
Ora che sono più sicura di me stessa a che serve l'archeologia, dal punto di vista scientifico, lo so, l'ho capito e credo che alla fine un po' tutti, anche i più scettici e modernisti le riconoscano il giusto valore.
Poi guardi questa foto, pubblicata sui giornali di oggi, e ne cogli un nuovo significato: l'archeologia serve anche ad emozionarsi davanti all'immagine di un uomo e una donna sepolti secoli fa mano nella mano, sguardi incrociati. Li hanno trovati così, senza carne e senza pelle ma pieni di amore.
E allora capisci che l'archeologia serve anche ad emozionarci davanti all'amore che ha vinto sulla morte.



giovedì 25 aprile 2013

A bordo treno - Spetteguless!

Non c'è niente da fare, resta la nostra specialità, la nostra eccellenza, l'arte in cui noi ragazze diamo il meglio: spettegolare.
Salgo sulla metropolitana, una ragazza parla al telefono. Dalla sfilza di "tesora", "tesorino", "tutti-uguali-gli-uomini", "io-per-te-ci-sono-sempre", ma soprattutto "basta-parlarne-meglio-dimenticare", intuisco che l'amica dall'altra parte del telefono è stata lasciata dal fidanzato.
La ragazza in metro conclude la telefonata con un auto-elogio che lasciava presagire il seguito: in sintesi, molto in sintesi, un "chiama quando vuoi, sai che di me ti puoi fidare".
E infatti, neanche il tempo di chiudere questa telefonata, che resta attaccata al telefono e chiama cinque persone diverse, dicendo a tutte la stessa cosa: "ma lo sai che il Roby ha fatto le corna alla Sonia???" (nomi di fantasia, ndr.). Aveva appena finito di garantire alla poveretta il massimo riserbo sulla faccenda e in tre minuti l'hanno saputo cinque conoscenti e tutto il vagone!
Mentre telefonava come una forsennata a tutto il giro di amici in comune con l'amica tradita (a questo punto direi tradita da tutti, fidanzato e amica), io la guardavo incredula: ma come si può?
Poi penso che non vedo l'ora di raccontarvi l'episodio e allora capisco: non c'è niente da fare, la tentazione di spettegolare è più forte di noi!

W la vita da pendolare, che mi fa conoscere un sacco di storie (da raccontare in assoluto anonimato, però)!

venerdì 12 aprile 2013

A bordo treno - Siete tutti pecore

Ancora non sono a bordo treno, sono aspirante tale.
Oggi c'è sciopero dei treni dalle 9.00 alle 17.00. correndo come una pazza, mi sono precipitata in stazione per arrivare prima dello sciopero ed evitare problemi.
La banchina è piena zeppa di gente, mi affretto pensando "mannaggia a me, ho perso l'ultimo treno utile"... Poi sento l'altoparlante: "avvisiamo i viaggiatori che i treno subiranno variazioni e ritardi a seguito di un investimento fra un treno e un gregge di pecore sui binari"... Un gregge! Il treno ha beccato un gregge in pieno!
Ora possiamo anche dare una lettura ambientalista all'evento e dire che in realtà ad essere fuori posto era il treno, perché le pecore seguono percorsi di pascolo e transumanza uguali da millenni e il progresso delle città  non è altro che un disturbo ai ritmi della natura, possiamo dispiacerci per le pecore, che poverine si saranno prese un brutto spavento...
possiamo guardare l'evento con gli occhi degli efficientissimi padani, che non vi posso dire quanto sono disturbati dall'episodio...  O possiamo semplicemente riderci sù, tanto ad imprecare mi sa che non cambia nulla, qua dobbiamo stare ad aspettare che il gregge venga spinto a continuare il suo cammino (e noi, come loro, il nostro)!

Contro gli sprechi

Peggio della mancanza di lavoro, secondo me, c'è solo lo spreco di lavoro. E più è alta la penuria di lavoro, più è offensivo il suo spreco.
Viviamo tutti un momento critico: per i più giovani sono difficoltà respirate attraverso i pori della pelle tutti i giorni, tutti i santi giorni, festivi e feriali chissà per quanto tempo. Per i loro genitori è l'ansia di non aver saputo costruire nulla di più solido di un'effimera precarietà che in troppi hanno l'impudenza di chiamare "flessibilità". Per la generazione dei nonni è piuttosto la confusione, a tratti l'impotenza e un potere che è quasi una condanna, condanna a restare, loro malgrado, nei ricordi degli altri come quelli che non hanno capito.
In questo periodo più che mai credo che sul lavoro dovrebbe essere declinata la pertinenza, nel pieno del suo significato: le persone dovrebbero svolgere il lavoro per cui si sono preparate, appassionate. Dovrebbero svolgere un lavoro che sanno fare bene, e solo quello: le parrucchiere non dovrebbero sbagliare colore o piega, i meccanici non possono sbagliare i pistoni. I giornalisti devono usare l'obiettività, e se non la conoscono che la imparino o si diano al romanzo.
C'è fin troppa gente in giro che si accontenta di un lavoro qualunque mentre cerca il lavoro di una vita, e che nell'accontentarsi però si appoggia come stampelle a serietà e professionalità e va avanti dignitosamente.
Per contro c'è pure fin troppa gente che scivola su allori regalati, dalle capacità evanescenti che occupano spazi impropri, gonfiati come grigie bolle di sapone dall'insolenza e la tracotanza.
Dovremmo andare verso un'ecologia del lavoro, riflettere su un sistema sostenibile e più giusto, che non preveda sprechi e scorrettezze, che rimetta tutto al suo posto, che rifiuti meccanismi superflui.
Un sistema sostenibile, basato su scelte semplici, connessioni comprensibili: se sai fare le cose, bene: questo è il tuo posto; se non le sai fare, ma le vuoi imparare, bene: questa è la tua occasione; ma se non le sai fare e non le vuoi imparare, allora forse è più giusto che quel posto lo valorizzi - attenzione: valorizzi, non occupi - una persona più appassionata e competente, tutto qua.
Semplice e logico, come i fiori.

sabato 6 aprile 2013

Le taxi


Esco dall'ufficio tardi, perdo treno, altro treno, la bici ormai è rimasta chiusa nel deposito della stazione, l'ultimo autobus è già passato, insomma non mi rimane che il taxi. 
Il tassista ormai mi conosce, si chiacchiera. Arriviamo a parlare di sport invernali, io - gli dico - non scio, scivolo, quando non rotolo. Lui mi dice che sciare gli piacerebbe, ma non può farlo perchè se si fa male, ad esempio si rompe una gamba, non può lavorare. Esattamente ha detto "e come faccio con il lavoro?", con un tono allo stesso tempo malinconico e pragmatico, emozionale e razionale che mi ha colpito. Mi è arrivata tutta la dignità di chi non elemosina una vacanza, di chi non la pretende da nessuno, men che meno da uno stato che è così altrove che neanche viene contemplato.
Io vorrei che questo tassista girasse per ore, per giorni e notti intere per la città trasportando a turno tutti questi signori che in un momento storico così grave ed urgente si permettono di prendersela comoda, si permettono di giocare di ruolo, si permettono di speculare. Vorrei che li portasse in giro  giusto il tempo di dire loro "e come faccio con il lavoro?" come l'ha detto a me, senza attese nè pretese, e poi lasciarli lì, in mezzo ad una strada.

venerdì 22 marzo 2013

Ci deve essere qualcosa

Necessariamente deve esserci qualcosa, oltre il semplice senso del dovere: oggi c'è sciopero dei mezzi pubblici, e io che vado a lavoro utilizzandoli, avrei avuto non poche difficoltà muovermi fra i treni che scioperano in una fascia oraria e la metropolitana che sciopera in un'altra. Quindi ho preso la macchina e, temeraria, mi sono lanciata dalla provincia a guidare a Milano, che in orario di punta in una giornata di sciopero non è esattamente agile. Dopo peripezie varie (ma vi posso garantire che quei 413 pedoni non li ho stesi io, erano casualmente lungo il mio percorso), sono arrivata. L'ho fatto senza alcuna idea di straordinarietà, ma semplicemente perchè avevo un lavoro urgente da terminare. In realtà l'urgenza non è poi così urgente, avrei potuto farlo anche lunedì, ma avevo promesso che l'avrei fatto oggi e dunque sono qui.
In questa giornata di sole bellissimo, con l'ufficio mezzo vuoto e la città in delirio, mi domando cosa c'è dietro (o dentro) la mia presenza qui.
Alcun lettori adesso staranno ridendo di me, dicendo che c'è stupidità, ingenuità; altri staranno pensando che sono dannatamente attaccata al lavoro, che non mi so prendere spazi di vacanza e mi merito una certa dose di stress quotidiano.
Io la chiamo serietà: avevo promesso che avrei finito oggi e, cascasse il mondo, finisco oggi.
Serietà, o etica professionale: alcuni ritengono sia barattabile con qualunque cosa, altri la vendono - cara, ma la vendono - e quando si vende la propria etica in ogni caso la si svende.
Altri pensano sia ininfluente, pensano che nessuno la noti in un mondo che corre veloce e osserva superficialmente e per questo motivo non la valorizzano mai abbastanza. Poi magari incontrano chi la tua serietà la apprezza e ne restano meravigliati, colti proprio di sorpresa non tanto dalla serietà in sè, quanto colpiti nel vedere che esistono persone attente.
Altri non la conoscono neppure. Altri non la conoscono neppure.

giovedì 14 marzo 2013

Pranzo di lavoro - Cambio forma

Doveva essere un tortino, ma è venuto fuori uno sformato, anzi un deformato, visto che si è sfracellato a pezzi... Io però ve lo consiglio ugualmente, perchè il sapore è buono e lo sarà anche domani per un pranzo comodo comodo.
Prendete dei carciofi surgelati (si, prendeteli surgelati perchè se vi mettete a pulire e spinare e sfogliare non vi passa più) e dei fagiolini (surgelati anch'essi, tanto ormai siete sul surgelato spinto)... Fate cuocere per dieci minuti in acqua calda e nel frattempo pelate tre patate e affettatele sottili e nel frattempo scaldate pure il forno. Preparato tutto? Bene! Nella pirofila va prima uno strato di patate, poi carciofi e fagiolini, pangrattato e parmigiano grattugiato. Un ultimo strato di patate, sale e olio e poi in forno per circa 30 minuti.
Se avete pazienza e tagliate i carciofi e se abbondate di pangrattato il tortino ha buone possibilità di restare tale e non trasformarsi in deformato.
Ah mi raccomando il sale! L'avessi messo anch'io sarebbe stato perfetto...!